
Oggi ho sentito una persona. L’ho sentita un po incavolata. Mi ha suscitato una riflessione sul tema del bisogno di riconoscimento.
Ogni persona ha, legittimamente, delle aspettative. L’hanno i genitori verso i figli, gli insegnanti verso gli allievi ed i partner l’uno verso l’altro.
Sia che pensiamo di noi di essere i migliori in assoluto, sia che pensiamo di noi di valere poco e di sfiorare l’irrilevanza, con buona probabilità sperimenteremo la frustrazione.
Il mancato riconoscimento, secondo le nostre aspettative, condiziona i rapporti interpersonali e, frequentemente, genera incazzature atomiche.
Come sono? Sono Bravo? Vado bene così? Sono adatto a questo ruolo? So far bene il mio lavoro? Sono un bravo genitore? Sono un bravo compagno/a? Sono un bravo figlio/a ecc ecc.
Come pellegrini lungo le vie della fede ecco che ognuno lungo le vie della esistenza cerca il sentiero verso l’ “essere apprezzati e riconosciuti”. Sentiero impervio, tuttavia, che ai meno avvezzi alla “ricerca” può suggerire di giocarsi subito la scorciatoia della soluzione “fuori di sé”.
Come i sommergibili “vedono” attraverso gli impulsi sonar similarmente le persone cercano di “farsi una immagine di se nel mondo” attraverso gli input che arrivano dall’esterno. Se ritornano apprezzamenti allora siamo bravi, promossi, altrimenti siamo cogl..ni, quindi rimandati.
Accade così che, quelli che svolgono un attività commerciale attendono famelici recensioni di conferma di merito; i genitori, gli insegnanti, i figli tutti sono in attesa delle risposte alla domanda cruciale: sono bravo/a io o sono solo Str..zi loro?
Vogliamo tutti essere bravi, elogiati, rispettati e riconosciuti per il valore che crediamo di avere o per le stupende persone che sentiamo di essere. Non è un reato, detto tra noi anche a me piacere molto 😍💕👌. Digeriamo poco ed a fatica le critiche, e spesso ci incazziamo!
Ma la vita non va come vorremmo noi ed ecco allora che l”insoddisfazione del bisogno di riconoscimento è una delle principali aree di sofferenza dell’uomo contemporaneo. Da questo mood in prima battuta partono frenetiche azioni di recupero di merito spesso improvvisate e prive di connessione con il proprio Se. Sono azioni di pura psiche per placare angoscie sotto l’ effetto stupefacente like, abbracci e baci…comunque. Stare nella sofferenza non piace a nessuno e,.se non si hanno strumenti di consapevolezza,.spesso è l’ emergenza a dettare i tempi e le risposte. Più che lavorare per trasformare si cercano soluzioni tampone per tirare a campare,.per non soffrire.
Possibile che non si può proprio evitare di incasinarsi? La risposta è che si, è assolutamente possibile.
Secondo l’Antropologia Personalistica Esistenziale ogni persona sperimenta sin dalla vita intrauterina delle frustrazioni e l’ incasinamento delle emozioni. L’utero che sperimentiamo è è madre donativa e privativa al contempo, Quest’ultima.opzione è poco gradito al nostro ideale di magnificenza che vuole tutto e al massimo livello di qualità. Da parecchio tempo, ci invita a riflettere Antonio Mercurio, l’ambiente sia fisico che relazionale si è discostato dallo stato di natura fatto di pace e amore. Qualcosa è cambiato e, di fatti, nelle relazioni emotive ed in quelle con il mondo esterno si è infuso il germe della paura, del sospetto, della reattività che sfocia in conflitto. Quella pace naturale è divenuta una “pace” meno naturale, una pace sospesa nel segmento temporale tra un conflitto e l’altro. Viviamo scissi tra il senso di beatitudine e di pienezza che abita la nostra memoria cellulare e la constatazione che qualcosa non torna ed il sospetto è che qualcuno ha violato il nostro diritto alla felicità perenne. Chiusa la zona teorica ecco alcune proposte per voi.
1- Un primo punto di utilità è quello di “svegliarsi”. Basta dormire rispetto agli accadimenti della vita e basta voler spegnere gli incendi climatici interiori attraverso la ricerca di colpevoli fuori. Spiace, non serve a niente e comunque non funziona. Si avete ragione, gli altri sono anche Str..Zi, ci credo, ma non vi aiuta questo.
2- Quindi ora che siamo svegli e che abbiamo lasciato in pace gli altri possiamo riprenderci la nostra storia. Osservatela bene! Se non siete soddisfatti lavorate su di voi o fatevi un bel percorso di crescita con i professionisti del settore.
3 – Quando non sapete che fare, l’ho detto tante volte, pregate. Che sia preghiera religiosa, laica o esclusiva del vostro cuore va bene. Inventatene di nuove, fatele parlare con la vostra con la vostra lingua le vostre immagini ed emozioni interiori.
La preghiera è azione attiva di riorganizzazione dello spazio sacro dentro di voi. Quando non sapete da dove iniziare chiedete al vostro referente di aiutarvi, parlarvi e guidarvi.
4- Suggerisco anche di lavorate con altri che hanno i vostri stessi interessi. I gruppi di crescita personale, ad esempio, sono spazi di ricerca e condivisione che agevolano la consapevolezza di Sé e rinforzano l’arte del coraggio di prendere decisioni nuove. Trovate quello che fa per voi, se volete qualche informazione sarò ben lieto di potervi ascoltare ed aiutare nella scelta.
Quel malessere del cavolo che spesso viene a scompigliare le carte dei nostri piani, come ho più volte detto, potrebbe essere il vostro personale bianconiglio. Mettete sul comodino questa idea. Il malessere è sempre un invito a crescere. Non prendetevela con me se la vita ha trovato questo modo per stimolarci. Io ho trovato tutto già organizzato così 😍😍.
Ho tentato di lamentarmi spesso sapete, e l’ho fatto un sacco di volte e ancora ci casco.
Poi ho conosciuto Antonio Mercurio e le cose sono cambiate quando gli ho sentito dire: “La vita non sempre va come vogliamo noi e c’è sempre un identità nuova da acquisire e che ancora non conosciamo. Non dite che non ne siete capaci, voi fate di tutto per rendere possibile l’impossibile. Fate gli artisti e non fate le vittime, vi si apriranno occhi nuovi”.
Insomma dopo averlo conosciuto come facevo più a lamentarmi? Che poi, detto tra noi, anche il lamento…non funziona. Funziona crescere, quello si…funziona.








