L’importanza del rispetto.

Uno dei passaggi più intensi – e che io amo in modo particolare – del film “Il Divo” di Paolo Sorrentino del 2008 è la fase finale del dialogo-intervista tra Eugenio Scalfari (fondatore e direttore del quotidiano La Repubblica, interpretato da Giulio Bosetti) e l’on. Giulio Andreotti (Uomo politico della DC e più volte presidente del consiglio, interpretato da Toni Servillo).

Chi ha desiderio può vedere la clip alla fine di questo scritto.

Dicevo che del dialogo mi è sempre piaciuto molto il finale e quella sottolineatura del tema della “complessità delle cose della vita”.

Ho pensato a questo film riflettendo sul tema della Felicità, pià precisamente agli ostacoli (auto o eteroprocurati) alla sua piena attuazione “qui e ora”.

Crescendo lungo l’intensa avventura della vita, sia di anni che di le esperienze, potremmo trovarci a ricordare – a rimuginare – sul tempo passato. Non è certo che accade ma qualora accadesse potrebbe capitare, con riferimento proprio al nostro passato, che ci parta in automatico il programma di esemplificazione. Per modalità esemplificativa intendo la tendenza a rileggere le cose del passato con gli occhi, le mani e le emozioni dell’oggi (il qui e ora).

In questa rilettura potremmo scivolare sul viale romantico lamentoso del biasimo e del rimprovero per il tempo e le energie sprecate a combattere contro ostacoli che erano (viste del tempo di oggi) delle cavolate.

Stiamo attenti ok? Non commettiamo questo errore! Se caschiamo in questo tranello della mente ci facciamo lo sgambetto, ovvero introduciamo nel “qui e ora” l’insoddisfazione per come ci siamo comportati ( e quindi per come siamo). L’insoddisfazione diviene quindi l’ostacolo che “oggi” si frappone alla felicità. Siate/Siamo scaltri quindi, con i pensieri e con le parole…e con le azioni anche.

Non scivoliamo sulla esemplificazione. Le cose della vita, ci suggerisce l’on Andreotti, sono varie e complesse.

Il viaggio nella vita è fatto di tante cose e la nostra esperienza si sviluppo lungo fasi di maggiore o minore intensità. Così come, quando guidiamo, e troviamo una salita ripida, adattiamo il cambio alla situazione, allo stesso modo può essere capitato di gestire degli ostacoli e questo ci ha fatto perdere ritmo, e chissà, delle opportunità.

Mi fermo con l’invito a tutti voi, ed a me chiaramente, a non cadere nel tranello del revisionismo semplicistico ed irrispettoso. Al contrario invito tutti, qualora dovesse succedervi una situazione simile, a farvi una carezza ed a volervi un mondo di bene. A ciascuno la propria complessità ed il rispetto.

Se dovesse capitarvi, quindi, di infognarvi in queste seghe giudicanti, e se siete passati dalle mie pagine ed avete letto questo post, potete fare un passetto di lato e imboccare il sentiero dell’accoglienza. Vedrete che vi si stamperà sul viso un bel sorriso e sarete fieri di voi, gente di grande valore. Avete fatto tutti del vostro meglio…il resto sono solo chiacchiere.

Le chiavi del benessere sono l’amore e il perdono

20190223_004955292188928.jpgAvete nel vostro mazzo di chiavi una, o più chiavi, che non sapete più cosa aprono?
Io si, ed in ben 2 mazzi di chiavi!
Recentemente condividevo con una persona questa cosa e ci siamo fatti 4 risate… e ci sta ed è bene anche prenderci un pò in giro.
Per qualche giorno però sono andato in giro con questa immagine e una bozza di riflessione che ha preso a lievitare in me solleticando il mio pensiero e desiderio di esplorare.

Le chiavi, quindi, dicevo. Nei casi più frequenti capita che c’è un cambio di serratura e noi non ci siamo aggiornati.

Le chiavi è chiaro servono per “aprire” e se non aprono nulla allora non servono a nulla e devono essere riciclate, cambiate! .
Eppure le conserviamo! Ma perché le conserviamo?

Provo a spiegarmelo e per farlo ho bisogno di spostarmi dal regno delle chiavi e del loro rapporto con le serrature a quello delle persone.

Simbolicamente la chiave che non serve più ma che conserviamo la vedo che ben rappresenta le nostre abitudini ormai obsolete .

Immersione rapidaaaaa!!! Penso alle pretese ora e alla rabbia ed a tutta l’allegra brigata di emozioni che proviamo quando contattiamo dolore. Pressappoco dicono questo:
Il dolore : Tu non mi hai dato questo? Tu non hai fatto questo?
La rabbia: “Bene allora, io resto come sono e non cambio fino a che tu non mi darai quello che voglio e che mi spetta di diritto.

La permanenza nella reazione rabbiosa alimenta quello che l’antropologia personalistica esistenziale chiama “il progetto vendicativo”.

Il progetto vendicativo dice pressappoco: “Tu mi hai fatto del male e quindi ho diritto ad essere ripagato per l’ingiustizia subita”.

La mia esperienza personale e professionale mi dice che la permanenza di questo assunto non fa che inquinare la nostra esistenza.

Ci sono dolori che ci portiamo dentro e che ricontattiamo in certi momenti della vita. Pensiamo al rapporto con l’ambiente di lavoro, al rapporto con i professori a scuola, al rapporto con il partner. Sono solo un piccolo elenco di situazioni in cui
– opportunamente preparati magari facendo un percorso di crescita e di consapevolezza – possiamo fare passaggi evolutivi e di potenziamento. Se vogliamo possiamo assumere questi ambiti per quella parte che ci fa rivivere nostre esperienze familiari (magari). Detto questo allora quella situazione “disgrazia” può essere un opportunità. Ad esempio a diventare sempre più bravi a non cascare nel trappolone delle proiezione sull’altro di nostri vissuti storico. Insomma ciò che è nostro ( le proiezioni) ce le prendiamo noi. E se l’altro poi è obiettivamente stronzo gli rispondiamo per questa parte “la stronzaggine”.
Si lo so che è faticoso!

Lo so che vi propongo temi impegnativi e impopolari. Ma abbiate fiducia in me ed in voi soprattutto. Tutto questo lavoro, capite bene, lo potete fare per voi. Scegliere di rinunciare a forme obsolete di risposte è un atto d’amore per voi. Non dovete avere nessun “via libera” da fuori.

Emersione quota periscopioooo. 

Ritorno alle chiavi. Beninteso quindi che quella della pretesa, della rabbia e del  progetto vendicativo non aprono nulla e non hanno mai aperto nulla?
E se stanno ancora nel nostro mazzo? Forse perché abbiamo paura? Strano…dopo tutto quelle belle parole!! No amici miei. Non è strano affatto. E’ che con quelle chiavi ci siamo cresciuti e decidere di spogliarsi di quella “familiarità” richiede tempo e fa male. Datevi tempo, senza colpevolizzarsi.,

Messaggio di fiducia: Non succede nulla di tutto ciò che vi spaventa, quelli sono solo pensieri neri, la verità è che una volta sfondato il muro della paura voi siete sempre voi e siete migliori e lo percepite bene che siete migliori e vi sentite bene.
Sono le chiavi dell’amore e dell’accettazione, quelle del perdono e del riconoscimento di valore che vogliamo e possiamo potare con noi sempre, esse aprono le porte nuove che attendono solo di essere spalancate. Porte di maggior benessere e serenità.

Odissea_Ulisse_mendicanteE’ tardi e per fortuna domani non si lavora, penso ad Ulisse prima di mettermi a dormire, al suo ritorno a casa da mendicante. Aveva la casa piena di pretendenti, giovani e forti che divoravano le sue ricchezze ed ambivano alla sua sposa. A lui la sua saggezza – attraverso la dea Atena – fa vestire i panni di un mendicante, un mendicante a casa propria, un Re mendicante a casa propria vi rendete conto?.
Tutti quei Proci ci dice Antonio Mercurio nel suo capolavoro Ipotesi su Ulisse , sono le rappresentazioni esteriori delle pretese che ancora vivono in lui e che sono l’ultima parte che deve morire prima che si compia appieno la sua trasformazione in artista della vita.

Ad Ulisse le chiavi le fornisce Atena, la sua saggezza interiore.

Anche noi mettiamoci in contatto con la nostra saggezza interiore, il nostro Sè, e troveremo le chiavi giuste per noi.

La triste ricerca del colpevole.

Quando accade qualcosa di brutto e ci assale l’angoscia e l’impotenza ci parte la ricerca del colpevole “fuori”. Perché una persona muore all’improvviso? Perché il tuo amico a 4 zampe rischia di morire? Di chi è la colpa. Tendiamo a cercare una soluzione ed una giustificazione “comunque” per non contattare il dolore freddo dell’impotenza. E se un colpevole fuori non lo troviamo allora forse i colpevoli siamo noi, perche non siamo stati attenti, bravi ecc! Che fare allora? Dobbiamo imparare a “starci” ed a accettare che certe cose succedono e fanno male come se ci schiacciamo le dita ad una porta…fa un dolore bestiale. Accettiamo che non siamo perfetti ed onnipotenti e se vi accettiamo a fondo seminiamo terreno fertile per il perdono e ulteriore amore da far crescere in noi, da usare e da mostrare per insegnare ad altri ed ai bambini che accadono incidenti nella vita e che si chiamano incidenti proprio perché non è colpa di nessuno…ma non per questo quando accade fa meno male.

Eventi di Counseling 2014

Eventi di Counseling

L’arte di prendere nuove decisioni seguendo
il mito di Ulisse.
Come se la caverebbe Ulisse oggi?