Il conflitto Padre-Figlio nei simboli della mitologia greca (del Dr. Giampiero Ciappina su www.solaris.it)

Cari, oggi ho piacere di condividere un articolo del Dr. Giampiero Ciappina uscito sull’ultimo numero del magazine on line Solaris.it

Buona lettura

Il conflitto generazionale nella mitologia greca

L’invidia per la creatività: dalla tragedia all’amore circolare

Il conflitto padre-figlio è stato spesso un significativo rappresentante del complesso rapporto tra generazioni. I romani usavano una terminologia che scandiva con precisione la successione degli anni. Secondo lo scrittore latino Varrone, a Roma si era Puer fino a 15 anni, Adulescens dai 15 ai 30, Juvenis dai 30 ai 45. Il rito di passaggio più importante era quello celebrato tra i 15 e 16 anni, la vestizione rituale della toga virile con la quale i giovani acquisivano la maggiore età e il diritto di voto e soprattutto la possibilità di ricoprire cariche e il diritto di sposarsi. Se oggi i rapporti tra genitori e figli sono improntati ad una maggiore empatia, storicamente essi erano caratterizzati – al contrario – da distanza affettiva e da convenzioni, le quali spesso sfociavano in incomunicabilità, aperto conflitto e frustrazioni reciproche. Anche se in questo articolo mi concentro sul conflitto genitore-figlio – e più specificatamente sul conflitto padre-figlio – analoghe riflessioni, con le dovute differenze, si potranno fare con la madre e la figlia.

La mitologia e la teoria sull’Invidia di Melanie Klein

Il mondo  allegorico dell’antica Grecia ci propone le quattro figure mitologiche a cui ispirarsi (che vedremo più avanti), e dove ognuno potrà riconoscere alcune sue caratteristiche, rileggendole però alla luce della teoria psicoanalitica sull’Invidia, proposta da .
Perchè proprio l’Invidia in senso kleiniano? Perchè tra i possibili livelli di indagine, certamente non l’unico con il quale si può leggere il conflitto padre-figlio, quello dell’Invidia può essere davvero molto illuminante. Infatti, spesso la consuetudine è quella di leggere il conflitto generazionale pressoché esclusivamente originato dalla spinta dei figli a crescere e dal loro desiderio di autonomia e indipendenza. Siamo stati tutti adolescenti, e la lettura mainstream del conflitto generazionale talvolta rimane prigioniera di una visione miope e monolitica: l’epica romantica dell’eroe che si deve liberare da chi lo tiene prigioniero. Questa chiave di lettura, ancorché valida (e di cui abbiamo già ampiamente trattato), è anche parziale e superficiale, poiché rimane ostaggio dello stereotipo del Padre-Padrone o della . Eternalizza questi archetipi, senza tenere conto invece dei processi di crescita. Infatti, secondo la lettura più tradizionale e convenzionale dell’epica romantica, i giovani vorrebbero crescere, decollare e realizzarsi, ma sono impediti dal Padre-Padrone o dalla Madre-Divorante. E da qui nasce il conflitto. Ma perchè questa chiave di lettura è soltanto parziale? Perchè, ad esempio, in un proficuo percorso di crescita personale, dopo aver scoperto ed incontrato questi mostri interiori, spesso l’individuo può eventualmente anche simbolicamente sbarcare – come dice Antonio Mercurio – sull’Isola dei Feaci. E’ ciò effettivamente accade a chi, magari dopo anni di profondo lavoro su se stesso, sviluppa nuove competenze e progressivamente trasforma la propria vita. Può persino incontrare Re Alcinoo e la sua sposa Arete che ricoprono  di doni e che non hanno nessuna intenzione di trattenere Ulisse, ma semmai lo aiutano in tutti i modi nel suo viaggio verso Itaca. In questo caso, come si spiega il conflitto? Con il sostegno delle teorie kleiniane, è invece possibile ipotizzare, che una componente del conflitto sia alimentato – non tanto dal soffocamento parentale – ma piuttosto anche dall’invidia verso la creatività genitoriale.
E sebbene la Klein nei suoi testi faccia riferimento esclusivamente alla Madre, possiamo trasporre le sue proposte psicoanalitiche all’intero nucleo genitoriale (coppia accuditrice) e – con le dovute cautele e differenze – riferirle sia alla figura della Madre che a quella del Padre.

Sostiene Melanie Klein “[…] il seno, nel suo aspetto buono, è il prototipo della bontà materna, della sua inesauribile pazienza e generosità, come pure della sua “. Questa affermazione è rivoluzionaria, poichè nessuno prima della Klein aveva osato ipotizzare che il bambino poteva essere invidioso della creatività genitoriale. E poi prosegue: l’invidia deriva dalla sensazione del bambino che “la gratificazione di cui è stato privato viene vissuta come qualcosa che il seno frustrante ha tenuto per sè“. E prosegue ancora: “l’invidia cerca non solo di derubare la madre, ma anche di mettere ciò che è cattivo […] nella Madre, e in primo luogo nel seno allo scopo di danneggiarla e di distruggerla. Nel senso più profondo ciò significa distruggere la sua creatività.”

L’invidia nelle relazioni

L’invidia è un argomento molto complesso e di difficile acquisizione. Ciò è dovuto alla onnipresente sensazione che di invidia ne siano terribilmente sofferenti gli altri, ma poi di essere – in prima persona – miracolosamente immunizzati. Essa affligge le relazioni in generale: anche molto al di là del ristretto tema di questo articolo sul conflitto padre-figlio, o in generale del conflitto generazionale. La si può osservare nei gruppi di lavoro, tra fratelli, tra amici, tra i soci di una azienda e in tutte quelle situazioni dove il Meccanismo di Proiezione attribuisce all’Altro una funzione materna (reale o immaginata). Può persino spiegare (almeno una parte de) i conflitti di coppia, dove prima si proietta sul partner la propria figura materna, e poi la si invidia (e la sia vuole distruggere) per la sua ricchezza e creatività. In ogni caso, il presupposto keiniano sull’invidia si articola su una polarità fondamentale: l’invidioso presuppone (o percepisce se stesso) come un essere vuoto e presuppone che esista un altro individuo pieno. Ma poichè il vuoto viene costantemente rimosso, la persona invidiosa non sa di esserlo.

Tornando al conflitto padre-figlio, da questo punto di vista, la Klein suggerisce una prospettiva che è in grado di illuminare uno degli elementi del conflitto generazionale facendolo proprio risalire all’invidia per la creatività. Entriamo più nel dettaglio e vediamo come.

Narciso: il conflitto padre-figlio nella non-nascita

Narciso è il figlio che non riesce a nascere. Non ci arriva neppure al conflitto generazionale. Narciso non riesce ad incontrare il Padre: nè per cercarlo e tanto meno per scontrarsi con lui. Jacques Lacan, riferendosi al Narcisismo, al bisogno di apparire e di gratificazione continue, di oggettivazione del rapporto con l’altro, ci ricorda che la passione di Narciso è fondamentalmente una passione suicidaria. conflitto padre-figlioNarciso affoga nello stagno delle acque placentari in cui ama rispecchiarsi come metafora dell’impossibilità a nascere come  – la quale è definita da  – come capace sì di amarsi, ma poi anche capace di amare e di essere amato. Fuori dall’utero ci sono relazioni nuove, ma inarrivabili perché terrificanti. Richiederebbero una profonda revisione delle proprie radici identitarie, e Narciso si ritiene incapace di sostenere una rivoluzione così profonda. Lo stesso Lacan ci ricorda che il Narcisismo è una patologia senza conflitti esterni: in altre parole, il Narcisista è chiuso in una monade autistica dove l’invidia raggiunge livelli così estremi da essere totalmente negata e rimossa. Narciso apparentemente non entra neppure nel conflitto generazionale perchè ripiegato in una posizione fetale e schizoide, tesa a negare che esista una bellezza oltre se stesso. Narciso si illude di bastare a se stesso e il seno buono semplicemente non esiste. Non è stato nutrito e non deve essere riconoscente per questo. La creatività e la ricchezza della Madre (o del Padre) sono negati a tal punto che il narcisista si convince della propria autarchia e autoreferenzialità assoluti. Tutto al contrario del sincero riconoscimento che – alla corte del Re Alcinoo – Ulisse porge ai suoi ospiti.
Narciso quindi non è in grado di contattare né il proprio  e tantomeno il proprio . La  soprattutto è una meta irraggiungibile: un’illusione, una chimera soltanto teorica e interamente utopica. Sicché Narciso non può nascere in un Tu e in un Noi, perché rimane profondamente prigioniero dell’Io e non riesce ad uscire dal chiuso di quella relazione angusta, autistica e mortifera. Affoga e ritorna nelle acque dell’utero perché – in fondo – non è mai veramente riuscito a separarsene.

Icaro: il conflitto dell’orgoglio

Icaro è in contatto con il padre Dedalo, ma la mitologia ce lo consegna come il simbolo del figlio ribelle e presuntuoso. Non ascolta i suggerimenti del Padre, si avvicina troppo al Sole e si brucia le ali. Qui l’invidia distruttiva genera orgoglio e presunzione. Dedalo è un grande architetto, inventore e scultore di rinomata esperienza. Icaro invece è ancora un giovinetto: non è veramente in grado di costruire autonomamente le proprie ali – reali e simboliche – ma prende quelle sapientemente costruite dal Padre.  Ad una analisi superficiale, ciò potrebbe apparire come una capacità del figlio di essere erede: ma non è proprio così. conflitto padre-figlioIcaro prende sì le ali: ma non ascolta né consigli di prudenza, né accetta che vi siano regole da rispettare. Dice Ovidio nelle Metamorfosi (VIII, 183-235): “Allorché il giovinetto cominciò a godere dell’audace volo, abbandonò la sua guida….” E’ la ribellione alla funzione normativa del Padre. In altre parole, Icaro è un figlio che sembra accettare una eredità soltanto materiale: ma profondamente poi rifiuta quella spirituale.
Scrive ancora la Klein: “L’esperienza mi ha insegnato che il primo oggetto di invidia è il seno che nutre, in quanto il bambino sente che il seno possiede tutto quello che desidera, ha una quantità illimitata di latte e di amore, ma che lo tiene per il suo godimento“. Ma “[…] anche il seno gratificante può esser oggetto di invidia“. Anche se si sente gratificato dal fluire del latte, “il seno può esser oggetto di invidia in quanto al bambino questo dono sembra qualcosa di irraggiungibile“. Dedalo dimostra di avere una creatività e un’inventiva che il giovane Icaro ancora non possiede, e verosimilmente ciò può apparirgli come qualcosa di inarrivabile.
Certamente Icaro non ha ancora la saggezza e l’esperienza per usare le ali con la necessaria perizia. Non importa se quelle regole possono salvargli la vita. Per Icaro prevale il bisogno di imporre la propria volontà su quella del Padre e ne rifiuta la guida: non lo ascolta. Invece di saper saggiamente ereditare quelle ali, costruite con gli anni e l’esperienza, ha la presunzione di saperle già utilizzare con tutta la maestria che sarebbe necessaria. Non è consapevole dei propri limiti, è rapito da una insana ambizione e non ha l’umiltà necessaria di ascoltare chi ne sa più di lui. Il rapporto tra Dedalo e Icaro è un rapporto filiale appena iniziato: ma poi l’invidia spezza il rapporto.  Generando presunzione, Icaro decide di ascoltare soltanto il proprio orgoglio, e non è in grado di raccogliere l’eredità generazionale. E’ l’antico conflitto tra Puer e Senex, dove al posto dell’alleanza prevale invece l’arroganza e la trasgressione. A differenza di Narciso, Icaro è un figlio che è nato e che avvia un percorso di crescita. Ma poi –  non avendo sciolto il tema dell’invidia verso la creatività parentale – Icaro non sa come separarsi: la sua separazione diventa inevitabilmente uno strappo, una lacerazione, una sciagura. Anche Icaro muore nelle acque: scompare nei flutti, riabbracciato dalla madre-oceanica che lo porterà sempre più a fondo.

Edipo: il conflitto Padre-Figlio nella violenza persecutoria

Il rapporto di aperta conflittualità tra le generazioni possono essere ulteriormente rappresentate dalla terza figura mitologica: quella di Edipo. Con il mito di Edipo, il conflitto padre-figlio fa un salto di qualità: non è più sufficiente soltanto la trasgressione. Edipo ci mostra molto chiaramente l’invidia verso la creatività del padre: vuole letteralmente uccidere e usurpare il trono del Re di Tebe. Mentre il personaggio di Icaro – almeno inizialmente – aveva accettato il rapporto con il Padre, ora con il personaggio di Edipo non c’è più nessuna possibilità di trasmissione tra una generazione e l’altra. conflitto padre-figlioCon le parole di Antonio Mercurio, invece di costruire una vita come dono, Edipo sceglie letteralmente la vita come furto. Il senso della regola – non soltanto non viene ascoltato – ma viene qui deliberatamente rifiutato nel modo più violento e conflittuale. Edipo vive il padre come un nemico: ci restituisce la percezione di un Padre che non vorrebbe farlo crescere. Un Padre frustrante, perfino minaccioso, che vuole impedire la felicità del figlio, e dove l’unica soluzione è quella di ucciderlo e rubargli il trono. Edipo è quindi il simbolo di quelle relazioni padre-figlio cariche di angoscia, dove l’invidia distruttiva si mostra come una conflittualità aperta. Edipo rappresenta un’antropologia minacciata dall’angoscia di castrazione citata da Sigmund Freud: un adulto (uomo o donna) perennemente tormentato dal non essere all’altezza delle sfide dell’esistenza, afflitto dalla disistima in se stesso e dalla sfiducia nelle proprie capacità. Edipo è il prototipo di quegli adulti in perenne conflitto con i padri, perché costantemente temuti (vedi la “Lettera al Padre” di F. Kafka) e caricati di una proiezione persecutoria: in costante conflitto con l’autorità, con i rappresentanti del mondo delle regole, incapaci di perdonare veramente la Madre seduttiva (Giocasta) che li ha imprigionati in un rapporto incestuoso il quale viene – costantemente e ciclicamente – rimosso e negato.
Melanie Klein ancora una volta ci ricorda come simbolicamente l’uccisione del padre può avvenire in tante circostanze diverse. Perfino all’interno di un percorso di psicoterapia. “L’invidia primaria viene rivissuta anche nella situazione di transfert. Per esempio: lo psicoanalista ha appena fornito un’interpretazione che ha dato sollievo al paziente […]. Questa interpretazione buona può essere oggetto di critica distruttiva […]. La critica può rivolgersi a particolari di minore importanza: l’interpretazione doveva essere fornita prima, è stata troppo lunga o ha disturbato le associazioni del paziente, oppure è stata troppo concisa e non è stata capita a sufficienza. Questo tipo di paziente è invidioso del successo dell’analista e […] non può introiettarlo sufficientemente come un oggetto buono, nè accettare la sua interpretazione come vera convinzione e assimilarla.[…]. Il paziente invidioso potrebbe anche essere convinto di non essere degno del beneficio perché si sente colpevole per aver svalutato l’aiuto che gli è stato dato“.
Sofocle racconta che Edipo scoprirà la realtà consultando l’oracolo Tiresia, soltanto dopo molti anni, e accettando una verità su se stesso terribile e dolorosa.

Telemaco: le soluzioni al conflitto Padre-Figlio

Dopo tanti Juvenis che scelgono un destino tragico, finalmente la mitologia greca ci consegna anche una antropologia più armonica: l’immagine di Telemaco. Con la figura simbolica di Telemaco non ci sono morti. Non deve morire nessuno. telemacoTutte le precedenti figure allegoriche infatti, sono vittime – direbbe Antonio Mercurio –  di una volontà omicida (Edipo), oppure di una volontà suicida (Narciso e Icaro). Telemaco invece sente il bisogno del Padre e – pur sapendo di correre un grave pericolo – si impegna per cercarlo. Sa che questa ricerca è rischiosa per la sua stessa vita, ma decide che il rapporto spirituale con il Padre è indispensabile. Si stabilisce quindi un amore circolare. L’Amore circolare è un tipo di amore – che al contrario del triangolo edipico – è capace di includere, senza che ci sia un escluso in maniera oppositiva. Dice Mercurio – “L’amore circolare, proposto dalla Sophia-Analisi, si augura di vedere realizzato un salto qualitativo molto importante: arrivare a chiedere come dono – e non come un diritto – l’oggetto d’amore desiderato“.
La figura di Telemaco ci racconta quindi una storia completamente diversa del rapporto tra generazioni, della possibilità di meritarsi una eredità. In un’epoca come la nostra, dove nessuno accetta che vi possano essere regole se non quelle proprie, dove la figura del Pater Familias è continuamente aggredita, assente, evaporata, “il processo dell’ereditare, della filiazione simbolica” – afferma Luciana Sica – “sembra venire meno e senza di esso non si dà possibilità di trasmissione del desiderio da una generazione all’altra e la vita umana appare priva di senso“.
Telemaco all’inizio dell’Odissea, è un figlio in attesa del padre. Guarda l’orizzonte del mare, e lo invoca. Attende che il nome del padre riporti la regola nella reggia invasa dai Proci. La presenza del Padre Ulisse infatti è l’unica in grado di riportare la giustizia e l’ordine. Telemaco sa coltivare la dimensione etica della vita e riconosce pienamente questo ruolo normativo del Padre: non ha bisogno di trasgredire e comprende l’importanza fondamentale delle Regole. “Telemaco cerca il padre” – sostiene Recalcati – “non come un rivale con il quale battersi, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge sulla propria terra“. Siamo lontani dalla presunzione e dall’orgoglio che hanno condotto al suicidio di Icaro, oppure dalla violenza persecutoria che ha reso cieco Edipo. Successivamente Telemaco dimostra la sua volontà di superare l’invidia distruttiva verso il padre, perchè esce dall’attesa passiva e attivamente intraprende il proprio viaggio. E’ simbolicamente il viaggio del Puer alla ricerca del Senex,  il viaggio metaforico che permette al figlio di scoprire il Padre. Ma in fondo, non si tratta qui del Padre biologico, ma di quello spirituale: è una vera imitatio patris, un viaggio alla ricerca del proprio se stesso nel futuro, del Padre che quel determinato figlio un giorno vorrà essere. E’ proprio questo uscire dalla passività, il mettersi in moto, questo voler ridurre le distanze, questo desiderio di entrare veramente in contatto, che consente metaforicamente il ritorno del padre. In altre parole: il Padre torna, se il figlio decide attivamente di cercarlo. Similmente ad un brano del film “L’uomo dei Sogni” (di P.A. Robinson, 1989) dove proprio in riferimento alla riconciliazione tra padre e figlio, una voce ultraterrena suggerisce a Ray Kinsella: “… Se lo costruisci, lui tornerà“.
Nella cultura mediterranea dell’antica Roma, il rapporto fra padre e figlio era di grande importanza. Dal momento che il figlio era destinato a succedere al padre nel far fronte agli oneri della casa, doveva sforzarsi di imitare sempre le sue qualità migliori e le sue virtù. “Telemaco è il figlio giusto” – dice ancora Recalcati – “perché sa essere erede, e sa ricomporre il giusto rapporto tra le generazioni e non solo contrapporre sterilmente le generazioni tra di loro“.
E se Narciso, Icaro e Edipo rimangono nell’incesto intrauterino, distruggono e si autodistruggono per l’invidia, Telemaco trova una soluzione all’invidia. Vuole una alleanza, vuole lavorare con Ulisse, ha bisogno del sodalizio con il Padre e gli riconosce il suo ruolo di Senex.  Per dirlo ancora con le parole di Freud, Telemaco è il figlio che trova la chiave per superare quell’angoscia di castrazione attraverso la positiva identificazione con Ulisse.
Telemaco rappresenta la nuova generazione che finalmente non ha bisogno di tragedie per continuare a crescere. Partire alla ricerca del Padre infatti è anche significativo del rapporto di riconoscenza e gratitudine con Ulisse. E la gratitudine, ci ricorda la Klein, “è strettamente collegata alla generosità. La ricchezza interiore deriva dal fatto che si è assimilato l’oggetto buono e si può ora dividerne i doni con gli altri“.
Dopo tanti figli che non sanno nascere e non sanno separarsi perchè devono ingannare, mentire, rubare e scontrarsi con il Padre, Telemaco sa evitare qualunque dramma. E’ il prototipo del figlio che vuole veramente uscire dall’utero, che sa riconoscere il Padre e accettare le sue ali. Attraverso l’alleanza, la sintesi della coniunctio oppositorum, il riconoscimento e la gratitudine, Telemaco può – non soltanto proseguire il suo percorso di crescita senza lasciarsi cadaveri alle spalle – ma anche potendo pienamente accogliere e meritare l’eredità del regno di Ulisse.

Riprogettare l’umano al tempo del coronavirus… del Dr. Giampiero Ciappina su Solaris.it

LogoAltaDefinizione_sfondato_500px-e1438454191938Le pubblicazioni di marzo sulla rivista on line solaris.it propongono tanti interessanti articoli ed approfondimenti. Quello che ho piacere di riportare oggi è del Dr. Giampiero Ciappina direttore, insieme con la d.ssa Paola Capriani,  dell’Istituto Solaris. 

Riprogettare l’umano

Le persone che da anni lavorano su se stesse in un percorso di crescita personale non sono immuni dalle epidemie di paura. Ma in questi giorni sto osservando una profonda differenza di atteggiamento. All’epoca del coronavirus, alcune delle persone che seguo da tempo mi dicono, quasi timidamente, di sentirsi “spaventati di essere … ragionevolmente sereni”. Quasi imbarazzati a confessare che “… sì, ovviamente bisogna essere prudenti e seguire le regole … ma se devo essere sincero, io non mi sento spaventato più di tanto. Dottore, mi devo preoccupare di .. essere tranquillo?”.

E come non comprenderli? Mantenere la calma quando tutti sembrano perderla, ti fa sentire un marziano. O quantomeno uno sciocco che non ha capito nulla, visto che così tante persone si abbandonano a scene di isterismo collettivo.

Conoscere la propria fragilità

La mia sensazione è che le persone che fanno un percorso di crescita personale hanno – in questi giorni di psicosi globale – un naturale atteggiamento ragionevolmente pacato, perché a differenza del resto della popolazione mondiale,  hanno da tempo già fatto i conti (e continuano a farli) con la propria fragilità. La conoscono, lavorano per conoscersi, e hanno imparato a familiarizzare con i mostri interni (angoscia e panico compresi).

Sia con la lebbra medioevale che con la peste manzoniana, i crocefissi riempivano le case. Un millennio prima, probabilmente si ritenevano più efficaci conchiglie magiche, ossa di animali o di potenti nemici uccisi in battaglia. Oggi invece si preferisce una nota marca produttrice di ipoclorito di sodio, ma la funzione dell’amuleto (dal latino amuletum, derivato da amoliri “allontanare”) è sempre quella di difesa protettiva. Il talismano, nell’immaginario antico (e anche moderno!) assume su di sé la forza cosmica che l’individuo desidera o sente di non avere. In tutti i casi, l’epidemia di panico ha avuto il pregio di aiutarci a svelare uno dei più velenosi mali del nostro tempo: la presunzione.  Perché il mondo si scopre improvvisamente psicologicamente così insicuro? Perchè il panico è così contagioso? La mia sensazione è che molte persone – fino a ieri – sono state completamente immerse in una presuntuosa onnipotenza. Perchè fino a ieri, l’occidente – affetto dal dogmatismo scientista – si credeva potente oltremisura, quasi pronto a sbarcare su Marte per poi, da lì, dominare l’intero universo. Quando il terrorismo nel 2001 toccò i grattacieli del World Trade Center, uno dei motivi dello shock degli americani fu dovuto alla improvvisa consapevolezza che la guerra aveva toccato le vergini (dalle Guerre di Secessione in poi) terre d’America. Analogamente, l’occidente sviluppato e tecnologico avrebbe dovuto – almeno nella fantasia – essere immune e protetto perfino dai virus.

E’ stato uno shock. Improvvisamente e dolorosamente l’occidente si rivela debole, indifeso, tanto quanto il secondo e perfino il terzo mondo. L’immagine emblematica di intere città che nella notte si riempiono di grida e urla tra i grattacieli alla ricerca di contatto umano, sarà probabilmente un’icona rappresentativa di questa riscoperta insicurezza.

Il contagio di panico, anche quando immotivato ed esasperato, risveglia i mostri assopiti nelle zone d’ombra. Tra questi, certamente una profonda regressione dei processi cognitivi, che tornano a stadi di funzionamento arcaico (mors tua-vita mea, razzismo, intolleranza, ecc.). Mette in luce una inconsistente cultura esistenziale e un vuoto di valori che – in condizioni di ordinaria quotidianità – riesce ancora ad essere sopportato. Ma che in condizioni di eccezionalità, innesca una reazione a catena di angoscia e smarrimento. Come se la struttura della persona (che non conosce nulla del proprio inconscio) implodesse rapidamente, senza incontrare alcun ostacolo. Il coronavirus, in questa mia riflessione, è quindi soltanto un innesco, una spoletta detonante che mette in moto una esplosione più grande che purtroppo non viene né impedita, né contrastata da valori esistenziali profondi e radicati. Molte persone stavano già male, ma non lo sapevano.

La fragilità e il tema della colpa

L’individuo che non fa alcun lavoro di crescita interiore talvolta implode perché è del tutto impreparato ad affrontare le proprie zone d’ombra. Proiettando e spostando sempre le minacce interne sugli invasori esterni (di cui il virus è soltanto uno dei possibili rappresentanti), la persona finisce per ignorare anche i più elementari meccanismi emotivi che lo abitano. Presunzione, sensi di colpa collettivi e la colpa reale – come la definisce Antonio Mercurio – facilitano la penetrazione delle paure, spianano il terreno all’avanzare del panico, spalancano la porta all’angoscia, talvolta senza incontrare ostacoli.

Accogliere la propria fragilità rende più forti

Le epidemie passano, e anche queste epidemie inevitabilmente passeranno. Ma quali sono le necessarie riflessioni? Quali anticorpi avremo sviluppato domani? Quale sarà il vero vaccino?

Accogliere la propria fragilità non deve essere assolutamente frainteso come fatalismo o nichilismo. Non si tratta affatto di essere imprudenti, ingenui o addirittura spavaldi e smargiassi. Si tratta piuttosto di imparare a conoscere il proprio mondo intimo e segreto, familiarizzare con i propri meccanismi emotivi, acquisire dimestichezza perfino con i propri traumi inconsci e mostri interiori. Nelle scuole elementari – opportunamente – si studiano i passaggi pedonali, la capitale del Brasile, e che in Inghilterra i cani stanno sui tavoli: tutte cose preziosissime. Ma perché non inserire nei programmi anche la tabellina del 2 del proprio mondo emotivo? Non dico il Counseling Antropologico Esistenziale (che si studia all’Istituto Solaris): basterebbe soltanto l’ABC. Avremmo bambini (e poi adulti) che sanno attraversare la strada e che insieme sanno anche gestire – al meglio che possono – le loro paure, le crisi emotive, i lutti, le separazioni di coppia, senza dover per forza finire sui giornali.

Dalla fragilità alla resilienza e alla proattività

É interessante riflettere individualmente su come – ognuno di noi – può trasformare un evento negativo in uno positivo. Collocarsi in questo sistema di riflessione richiede che non sempre le trasformazioni riguardano il mondo esterno. Se vogliamo sviluppare nuovi anticorpi per le future apocalissi emotive, dobbiamo costruire – certamente ospedali, vaccini, e strutture sanitarie – ma anche strutture interiori, steccati e corridoi per i nostri flussi emotivi. Gli argini dei fiumi non si costruiscono per i periodi di siccità o di bonaccia: si costruiscono perché siano – lì pronti – quando si tratterà di affrontare le piogge torrenziali.

La velocità con cui si è diffuso il panico (e anche il coronavirus) nel mondo, senza fermarsi dietro ai muri, senza farsi impressionare dalle leggi anti-immigrazione, dalle culture diverse, dai confini delle Nazioni, dai soldati alle dogane, dimostra inequivocabilmente che siamo tutti connessi. Siamo tutti come singole cellule di un unico organismo che oggi è chiamato a trasformarsi, a riprogettarsi, crescere e rafforzarsi. Una civilità globalizzata è un organismo che è chiamato a ripensare profondamente il modo di percepire se stesso e di percepire l’umano e il divino che è dentro di noi. Saper ad esempio, coltivare e sviluppare pazientemente un sano Sè corale, significa ritrovarsi poi – nei momenti di difficoltà – una forza immensa, un vero e proprio argine per resistere all’inondazione.

Accogliere la fragilità, conoscersi interiormente non vaccina da nulla: ma rende sicuramente più forti, perfino immunologicamente! Insieme alla Vitamina C, sviluppiamo anche anticorpi spirituali che la Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia riconosce come potenti difese, veri e propri strumenti di protezione dell’organismo.

Uno dei modi per essere – non solo resilienti nei momenti difficili – ma perfino proattivi è quello di imparare a distinguere – con un paziente lavoro interiore – la differenza tra un evento esterno e la sua rappresentazione interiore. Molta parte del dolore esistenziale non è sempre dovuta all’evento esterno, ma spesso è dovuta alla rappresentazione interiore, alla narrazione simbolica di quell’evento. Facciamo un esempio. Dice Alex Zanardi – ex pilota di Formula 1 – in un’intervista a Candida Morvillo del Corriere della Sera “Come ha spiegato a suo figlio che il papà non aveva più le gambe? – Aveva tre anni e ha percepito le protesi come qualcosa che mi rendeva speciale. Gli piaceva che, giocando a nascondino, potessi infilarmi in buchi in cui non stava nessun altro!”

In questo racconto, la perdita delle gambe – evento indubbiamente terribile – è rappresentato quasi come un paradossale vantaggio, perfino una sorta di irragionevole privilegio che consente nuove potenzialità, pur senza togliere nulla alla sua tragicità. In questo racconto, traspare una concreta accoglienza della propria fragilità, ma usata – non per lamentarsi – ma per creare Bellezza.

Nel mio articolo sul Dolore come Crescita post-traumatica, propongo di vedere la resilienza come la capacità di affrontare i traumi della vita, di superarli e di uscirne rinforzati e addirittura trasformati positivamente.

Borys Cyrulnik, Neuropsichiatra francese sfuggito alla deportazione nazista, nel suo libro “Il dolore meraviglioso” sostiene proprio che il trauma può presentare due aspetti: uno legato all’evento che produce la rottura dell’omeostasi delle dinamiche interne all’organismo, l’altro connesso alla rappresentazione soggettiva dell’evento e delle sofferenze che ne derivano, con ripercussioni sulle dinamiche personali e relazionali.

Zanardi dopo l’incidente che gli ha strappato le gambe, “… ha vinto in handbike sei medaglie paralimpiche e otto ori mondiali. Dopo otto arresti cardiaci, tre giorni di coma, sedici operazioni, un’estrema unzione … prova le protesi, fa la riabilitazione, sale in macchina e va a finire i 13 giri inconclusi del circuito di Lausitzring” (luogo dell’incidente in Formula 1). Oggi si sta preparando per l’Ironman di Tokio 2020.

Anche quando non possiamo modificare le circostanze esterne, anche nelle situazioni di maggiore angoscia e terrore, anche quando il destino sembra agire contro di noi e siamo paralizzati dalla paura, possiamo sempre ricordarci che non siamo completamente impotenti. A condizione di accettare che, se non possiamo cambiare le condizioni esterne, possiamo sempre cambiare noi stessi. Possiamo ancora scegliere il nostro atteggiamento verso ciò che stiamo affrontando. Come afferma Antonio Mercurio, anche nei momenti di maggiore difficoltà, l’individuo ha sempre la possibilità di decidere: ha sempre un quantum di Libertà.

Usiamola per cambiare.

 

Il senso perduto del tempo – Keep calm

Con piacere riporto l’articolo del Dr. Giampiero Ciappina ( Direttore dell’Istituto Solaris) pubblicato sulla rivista on line solaris.it

L’attimo presente: una specie in via di estinzione

Siamo da poco approdati al 2020: giusto un rapido istante per riflettere sull’anno che si è concluso, e lo sguardo è già rivolto in avanti, alle mille cose da fare. Perché alla fine, ciò che facciamo è cercare di stare al passo, inseguire il tempo. Lungi dall’aver veramente più tempo, la modernità se da una parte ha offerto più tempo cronologico, contemporaneamente ne ha però ristretto la sua disponibilità, rendendolo fondamentalmente un tempo sfuggente. La promessa scientista presagiva che con la tecnologia avremmo lavorato tutti meno e avremmo avuto più tempo libero. I dati dimostrano che nella maggioranza dei casi, si lavora molte più ore e molto più velocemente, nell’ansia di rendersi sempre più multitasking, come le macchine. “Il desiderio di emulare le macchine rapide create da noi stessi” – ci conferma Lamberto Maffei, Presidente dell’Accademia dei Lincei ed ex Direttore dell’Istituto di Neuroscienza del CNR – “a differenza del cervello che invece è una macchina lenta, diventa fonte di angoscia e di frustrazione” (Elogio della lentezza, 2014).

Dopo più di un secolo, come nel Manifesto futurista di Marinetti del 1909, la velocità è ancora un mito. Mentre la lentezza è un difetto, una perdita di tempo, un errore e perfino una colpa. Il risultato è che siamo costantemente proiettati in avanti, nell’istante immediatamente successivo, in un altrove che ancora non c’è. L’era digitale ha velocemente sgretolato l’istante, rimodellando la nostra percezione del tempo e accelerandolo vorticosamente.

Il senso perduto del tempo e la superficialità

I guru del Marketing sentenziano che – per essere seguiti dal pubblico assuefatto – i video non possono durare più di 60 secondi, gli spot pubblicitari scendere sotto i 30 secondi e le radio trasmettere solo brandelli delle nuove canzoni da promuovere. Oracolari algoritmi di Google profetizzano che soltanto il 5% dei lettori che avevano cominciato a leggere questo articolo, sono arrivati fin qui. Il restante 95% aveva di meglio da fare. Oppure semplicemente, si è spazientito perché … se non arrivo al punto entro 5 secondi allora trattasi di … lettura impegnativa per intellettuali e quindi … lo leggo dopo, quando ho tempo. In verità questo tempo futuro non esiste. È un tempo soltanto ipotetico e astratto, gettato alla rinfusa in quel futuribile e magmatico caos di … mille libri che avrei voluto leggere, delle tante ricette di dolci che avrei voluto cucinare, dei tanti viaggi e delle tante cose che avrei voluto fare e che non ho mai tempo di fare. La modernità pretende risposte semplici e rapide, anche per realtà complesse. Non importa se poi le risposte semplici e rapide rischiano di essere superficiali – o peggio – perfino deleterie.

Se la retorica dei Social ci mitraglia con le esortazioni al Carpe Diem (variamente declinate) è perché in verità, il qui ed ora rischia di sciogliersi velocemente quanto i ghiacciai della Groenlandia. L’attimo presente è in via di estinzione. Sempre più premuto, compresso e appiattito tra passato e futuro, il presente è ridotto ad un brevissimo istante che resiste sempre meno: e sempre meno è abitato e vissuto. Inesorabilmente siamo ossessionati e rapiti dall’attimo successivo: quello che anestetizza il presente e si allontana, talvolta nella speranza o – molto più spesso – nell’illusione.

Il senso perduto del tempo e le sue conseguenze

Questa alterazione del nostro orologio interno, ha tre principali conseguenze.

La prima è che siamo costantemente impazienti, inquieti, stranieri al nostro tempo interno, sempre fuori posto e in ansiosa attesa di trovarci in un luogo diverso e in un tempo diverso. Come se quello presente in fin dei conti fosse un tempo inaccessibile, carico di angoscia e – fondamentalmente – insopportabile. Meglio allora vivere alienati e in costante accelerazione: nel prossimo post, nell’email che deve arrivare o nel prossimo messaggio What’sUp. Una sorta di bulimia del futuro prossimo.

La seconda è la perdita della libertà. Perdendo la coscienza del presente, siamo costretti a vivere nei rimpianti del passato o nella paura del futuro. Non siamo più liberi di vivere la nostra vita – quella di adesso – l’unica veramente esistente. Al di fuori del presente, barattiamo la libertà in cambio della schiavitù delle ossessioni: di ciò che è già accaduto o di ciò che deve ancora accadere.

La terza inevitabile conseguenza è la disperazione. La guarigione, la gioia, la trasformazione e la felicità dimorano certamente soltanto nell’attimo presente. Se perdiamo il contatto con il nostro Sè, e siamo assenti a noi stessi, immancabilmente siamo anche disperati.

Altre cosmologie

La concezione del Tempo, tipica dell’antica Grecia, ma anche della cosmologia buddista e induista è quella di un Tempo ciclico. Simile all’alternarsi delle stagioni, la grande Ruota del Tempo ritmicamente scandisce i cicli del lavoro nei campi e i cicli della vita: nascita, crescita e morte, in un infinito ripetersi. In occidente invece prevale una concezione lineare del Tempo, tipica della tradizione giudaico-cristiana. Al passato, segue sempre il presente e poi il futuro, come una freccia in un avanzare continuo. Dio crea il mondo, e il mondo – come causa ed effetto – procede dritto verso il Giudizio Universale e l’Apocalisse. Dice Andrea Colombo citando il grande filosofo (recentemente scomparso) Emanuele Severino (1929-2020): “L’Occidente è nichilista, perchè lega irrimediabilmente l’Essere al Nulla. E il cattolicesimo condivide questo tragico destino, così come tutte le forme di nichilismo che dominano la terra del tramonto, dal comunismo al capitalismo, fino al trionfo incontrastato della tecnica“. L’idea di un Tempo lineare conduce inevitabilmente al nichilismo – secondo Severino – perchè è fondata sull’illusione che tutto ciò che esiste, prima non ci fosse e poi non ci sarà. Ciò riduce la vita semplicemente ad una corsa verso la morte.

In entrambi i casi, sia nella concezione del Tempo ciclico che in quello lineare, i tempi sono sempre separati.

Diversa – ed interessante – è invece la concezione degli antichi Incas, dove il Tempo è un tutto unico: passato, presente e futuro sono contemporaneamente presenti, come linee del tempo che corrono parallele. Similmente a quanto raccontato nel film Interstellar (C. Nolan, 2014), dove Cooper e la figlia Murph pur abitando tempi diversi, tentano di comunicare tramite i libri e la sabbia. Gli antichi Incas vivevano insieme agli avi e insieme agli spiriti delle generazioni future: ogni decisione importante della Comunità coinvolgeva inevitabilmente tutti. Gli sciamani potevano spostarsi fra le diverse linee del tempo, e tutti venivano consultati per decidere del bene della società. Gli avi contribuivano con la saggezza, e i discendenti futuri con la speranza: ai presenti era quindi richiesto il massimo rispetto e una alta considerazione per le opinioni di tutti. Non era possibile sfuggire, accelerare o rifugiarsi altrove, perché tutto il tempo importante era lì, simultaneamente presente.

Il tempo della coscienza: un presente di senso

Oggi, abitare il nostro tempo è diventata una sfida semantica. Non si tratta di fermare il progresso, ma di resettare il nostro fuso orario interiore per sintonizzarlo nuovamente su un presente di senso, degno di essere vissuto. Oltre al tempo che fugge nei cronometri, esiste un tempo della coscienza che esige invece di essere conquistato con una presenza consapevole. Il tempo presente può riscoprire il suo significato soltanto entro un orizzonte spirituale. Ecco allora che l’attimo non fugge più quando ci ascoltiamo profondamente. Il qui ed ora si dilata – ad esempio – nella meditazione, nella preghiera, nell’amore verso un Tu, nella coralità, nella realizzazione di un progetto esistenziale. Tutti istanti che invece di fuggire, si eternalizzano nel nostro tempo interiore, perché ricchi di significato. Istanti senza tempo, perché permettono di conoscerci e di comprenderci, armonizzando e orientando il caos interno attraverso continue sintesi degli opposti. È questo il compito di chi vuole recuperare il senso perduto del Tempo. È questo il compito dell’Artista dell’esistenza, che vuole realizzare la propria Vita come un’Opera d’Arte.

Fermarsi per ritrovare il presente, abitarlo in modo consapevole, ci fa contattare un profondo senso di unità e di pienezza. Ecco il carpe diem! Non siamo separati: siamo uniti in una coralità a-temporale all’amore dei nostri avi e agli spiriti dei nostri discendenti. Assumere la realtà significare riscoprire il senso dell’esistenza. Possiamo allora guardare al presente con la necessaria saggezza e la necessaria speranza, recuperando il valore della memoria e la vera natura del coraggio. Un po’ come facevano gli antichi Incas.

IL PARADOSSO DI EASTERLIN (1974). Ricchezza e Felicità

IL PARADOSSO DI EASTERLIN* (1974)
indexSe è vero e ragionevole supporre che l’effetto complessivo del reddito contribuisce direttamente alla felicità soprattutto per bassi livelli di reddito , bisogna anche considerare che, dopo aver superato una certa soglia, questo può diventare negativo.
Poiché l’impegno per aumentare il reddito (assoluto o relativo) può produrre sistematicamente effetti negativi sui beni relazionali, sulla qualità e quantità delle nostre relazioni (ad esempio a causa delle risorse eccessive che impieghiamo per aumentare il reddito e che sottraiamo ai rapporti umani), e quindi, indirettamente, potrebbe smorzare, o addirittura ribaltare l’effetto totale diminuendo la felicità.
(fonte: tratto dalla I lezione del corso di Atelier Video della Scuola di Counseling dell’Istituto Solaris. Anno Accademico 2018/2019 Dr. Giampiero Ciappina)

 

*Richard Easterlin
Professore di Economia all’Università

della California meridionale e membro
dell’Accademia Nazionale delle
Scienze

La fiducia

Articolo in tempo reale. Due spunti dalla lezione cui sto partecipando presso istituto Solaris e condotta dal direttore dott Giampiero Ciappina, lezione di team building.

Sulla fiducia”: La fiducia negli altri e nella vitae’ un fatto necessario – che piaccia o meno. Fidarsi certo richiede impegno, ma farlo comunque da maggiori benefici del non farlo. La fiducia puo’ tornare utile vederla come un muscolo piuttosto che come un interruttore, piu’ lo usiamo e meglio funziona”.

Poi ognuno scelga nella liberta’ se vuole fare tesoro o meno

daZeroaInfinito.com …  in allenamento in tempo reale