Saper dare un nome alle proprie emozioni salva la vita.

SOLDATI-IN-TRINCEA Una buona storia è un dono, una benedizione.

Chi dona la sua esperienza in ogni caso è un uomo libero.

Ho abbinato a questo scritto un immagine di trincea. L’ho scelta perché  penso ai comportamenti ostinati in cui ci “trinceriamo” quando siamo spaventati e minacciati dalla paura nelle sue moltitudini rappresentazioni. Nel rapporto con gli altri e con le situazioni appare come paure di essere ridicoli, paura di sbagliare, di fallire, di non essere pronti, di non avere le idee chiare, di non essere bravi, di non saper dire, di non saper fare, di non essere furbi e forti, di fare brutta figura ecc ecc.

Da queste trincee difensive partono messaggi a voler rassicurare che “va tutto bene”, mentre non va bene per niente.
Una trincea alla lunga diviene una tomba esistenziale, c’è un tempo giusto per stare rintanati e uno per raccogliere il coraggio e mandare a fanculo tutte le elucubrazioni. Si proprio così. Mandare a fanculo la paura e poi chiamarla per nome. Ti vedo sai “mia paura del giudizio” o ancora “ti sento senso di inadeguatezza”.   
Dare il nome al problema o all’emozione che ci assedia vedrete che apre la via verso la libertà.

Ogni momento è una opportunità, allo stesso modo lo sono le storie di buone e umane condivisioni che parlano di noi. 

C’è ogni giorno una cosa da imparare e qualcosa di noi da mettere a fuoco e trasformare. E grazie alle storie che si raccontano.