La Reattività nelle relazioni

La modalità reattiva nei rapporti interpersonali si esprime con una intensità direttamente proporzionale al grado di vicinanza, intimità e familiarità. Paradossalmente nella familiarità ci sentiamo liberi di dare anche il nostro peggio (ed il meglio certamente ). Macchiavelli suggeriva al principe di farsi temere più che amare, le persone hanno più timore ad offendere chi si teme rispetto a chi si ama.

Da cosa nasce il nostro patrimonio di reattività? Provo a raccontarla con una visualizzazione.

Visualizzate il vostro arrivo alla vita prima del momento del concepimento. Siete una particella di una particolare ( e sconosciuta ) dimensione dell’esistenza. Scegliete voi le luci, i suono, le forme e le energie che governano questa dimensione. Siamo nel regno del pensiero quindi visualizzate come volete, sfido chiunque a dimostrarvi che non è così.

Bene quindi. Ora visualizzate che arrivate alla vita con la vostra bella e unica specialità così come unici – e diversi da ogni altro- sono i fiocchi di neve. Fatevi fiocco di neve, sceglietevi la forma che più vi piace. Visualizzatevi nel venir giù cullati da correnti ascendenti ed accoglienti e immersi in un aria fresca e dolce.

Visualizzatevi atterrati agevolmente su una bella e altra montagna, tutto attorno c’è una calma ovattata, e si sta anche bene.

Da questo stato di beatitudine ora vi scuote un gran boato, forse un tuono, che fa vibrare il terreno sotto di voi. Lentamente scivolate verso valle. Man mano che scivolate e vi capovolgete in continue capriole sentite altri fiocchi di neve che vi si aggrappano addosso. Non è piacevole e man mano che scivolate diventate una palla di neve sempre più grossa che rotola e rotola sempre più veloce e, e nel mentre scende a valle, raccoglie pietre e rami e tronchi e ogni cosa che trova lungo il cammino fino a che quella emozionante discesa di conclude e ritorna la quiete.

Visualizzate delle fasi della vostra vita pressappoco allo stesso modo, a volte è una calma nevicata ed a volte una valanga.

Dal nostro concepimento in poi immagazziniamo esperienze così come la palla di neve ha raccolto materiale lungo la sua discesa. La gran parte sono esperienze “buone”, siamo qui siamo vivi e quindi questo dimostra ( nei fatti ) che sulla bilancia hanno avuto un peso maggiore le cose buone. Ma ci sono state anche quelle meno buone. Chiamiamo quelle meno buone le esperienze ( umane) di dolore e le sofferenze. Ce le portiamo dentro e, come in una rappresentazione teatrale, loro hanno il ruolo di stressare la nostra esperienza in senso fisico ed emotivo.

Siamo quindi tutti belli carichi di una moltitudine di esperienze, le vorremmo gestire tutte e vorremmo padroneggiarle da veri campioni.

Noi uomini tessiamo quotidianamente una vastissima rete di relazioni, dalla coppia ai figli, ai colleghi, ai parenti e gli amici, lo stato, il condominio, la squadra di calcio, la band ecc.

Queste relazioni sono le nostre gioie ed i nostri dolori. Nelle relazioni ci completiamo e siamo naturalmente spinti verso esse, abbiamo una speciale frenesia a voler tessere relazioni.

Le relazioni hanno una tipicità, la reciprocità. In una relazione ogni componente porta un proprio stile esistenziale (anche se camuffato di professionalità, di amorevolezza e di santità), così come lo ha costruito negli anni. Quel particolare stile è anche la costruzione di un sistema complesso di equilibri dentro ogni individuo e con questo equilibrio andiamo perennemente alla ricerca della tanto desiderata “tranquillità”; invece la vita è un tagadà.

Accade che nelle relazioni ci si scontra con l’altro (è matematico). In genere si parla eufemisticamente di “confronto” ma in realtà ci si scontra eccome.

Nelle dinamiche quotidiane stretti stretti a braccetto con l”altro” siamo a volte (non sempre per carità!) come valanghe di emozioni sul tagadà che corrono tutti alla ricerca de propri equilibrio. Ed a braccetto con altri che, similarmente, stanno gestendo la loro valanghe.

Accade che mentre una sta cercando un appiglio per gestirsi una turbolenza interiore ferisce l’altro (più o meno volontariamente) ed allora apriti cielo, dallo scontro andiamo alla guerra aperta.

Nella reattività, semplicemente, non siamo noi. Ovvero si, lo siamo anche, ma non siamo il Noi che ci piace e che vogliamo sviluppare.

La reattività è un veleno che inquina i rapporti umani, se lasciata libera di agire.

Il solo modo per salvarsi è quello di non lasciarsi tirare dentro con tutte le scarpe.

Per salvarsi ci vuole forza, e ce ne vuole tanta.

Quando la valanga vien giù ci vuole una grande energia per trovare il modi di fermarla, aggrapparsi a tutto ciò che sta attorno, aggrapparsi alle cose vere tangibili alla realtà. Chiedere aiuto anche, non dimentichiamocelo mai! Solo così la folle corsa si interrompe. Ci vuole capacità creativa, inventiva e soprattutto uno spirito che ha ben chiaro il senso del suo essere ed esistere e che non risparmia nulla e non lascia nulla di intentato per evitare la catastrofe. Tutto quello che ci vuole è dotazione di ogni persona, se decidiamo di usarla.

La reattività è un veleno e l’antidoto è la decisione di essere “più persona”, avere una grande conoscenza di sè e del proprio mondo interiore.

Ciò che accade in una relazione quando a governare è la “reattività” è sostanzialmente un ammutinamento di emozioni che prendono il controllo della nostra vita.

Dalla reattività ci si salva, rinunciando al piacere della rivalsa, facendo i padroni in casa propria, rimanendo svegli e piazzando decisioni ferme contro ogni inizio di valanga.

Godetevi questa clip:

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