Raw Vs Jpeg, una favola tra sogno e realtà.

wpid-wp-1422724214797.jpegSe come me un giorno avete comprato una macchina fotografica Reflex anche voi un giorno avete scoperto che esistono file Raw.  File dalle enormi potenzialità, materia grezza passibile di interventi grazie alle tecniche di post produzione digitali.
Le foto scattate in Raw necessitano di intervento per poter estrarre da esse il massimo del loro potenziale.

Vi racconto una favola.
Una sera un Raw partecipa ad un laboratorio di fotografia.
Si presenta, parla della sua ricerca. Non parla di qualità del risultato ma di ricerca. Parla di come ha sentito dire tante volte che non è la macchina che fa la foto bensì la persona, parla del fatto che sente vere queste affermazioni e di come lui vuole unificare strumento e persona.

Se avete comprato una macchina Reflex avete probabilmente (ma non necessariamente) fatto espereinza con la frustazione del sentire che essa ha delle potenzialità ma che questo non è garanzia di belle foto. Non basta quanto è tecnologica, a nulla serve il suo costo. la foto è ricerca, va creata dentro.

Raw un giorno ha anche pensato di smettere: “Basta con questa fotografia!”. Era arrabbiato e deluso perchè i risultati non arrivavano.
Un giorno comprò uno smarthpone. Cavolo disse Raw, io so fotografare ed era così facile “Santi automatismi”. Così con il suo smarthpone prese a fare bellissime foto. Con gratuite applicazioni riesce a dare piccoli aggiustamenti che rendono i suo scatti originali, molto gradevoli.

La Reflex è messa in cantina. Raw e la sua potenzialità si indirizzano tutte verso gli automatismi e l’immediatezza. “Cazzo, facile la vita!” dice. “E pensare che mi sono dannato così tanto ed invece bastava fare il minimo”.

Un bel giorno Raw in casa vede dei colori, particolari, e se ne innammora. Una composizione speciale. Cavolo … lo chiamavano a se come in un invito all’amore.
Il suo smarthpone non può aiutarlo, gli automatismi non hanno emozioni e lui voleva di più. Quell’emozione non era per processori ma per anima e cuore. Doveva entrare più dentro a quella immagine, aveva tutto il necessario dentro di se ( e gli strumenti poco lontani).

Guarda sul comodino e riprende con se la reflex, si posiziona. Sente dentro una presenza nuova, quegli scatti con smarthpone sono stati utili ( che Dio li benedica) perchè gli hanno permesso di conservare la sua autostima e mitigare il suo senso di incapacità fotografica.
Si, si dice. Io ho belle foto dentro di me … ora le vedo.

Quel giorno guarda i colori, la luce e la morbidezza. Osserva e respira. La foto è a fuoco dentro e fuori di se. Si posiziona trattiene il fiato per evitare micromosso e poi clik, e poi ancora … e ancora.

Di corsa … via la scheda SD … prende il il PC … apre il programma di post produzione e lascia fluire il suo Io fotografico artista interiore.
Si, cazzo. Questa è una bella foto, ed io sono un bravo fotografo. Raw è di nuovo felice.
Da quel giorno Raw usa di nuovo la sua reflex e usa il suo smartphone, non è più presuntuoso. Ama questo nuovo flusso e lo segue, sa di non essere arrivato ma si sente meglio.

Una sera, vi dicevo, partecipa ad un laboratorio.
Parla di se, del suo lavoro e della sua scoperta. Si sente però stranamente incompreso, molti gli ribattono che la sua foto è “non ortodossa”, esprime “durezza” ed il suo messaggio non è bello, dolce e nitido.

Raw ci rimane male, non pensava di essere ad un concorso fotografico. Intorno in molti pavoneggiavano il loro stile, e la loro immediatezza. Sembravano dire che tutto il senso della ricerca, in fondo non ha senso. Alcuni erano anche arrabbiati perché la presenza di Raw non era in linea con la bellezza di quello che ci si prefiggeva in quel posto.

Raw, non se la prende più di tanto, Ma va via, deluso e intristito.
Gli viene in aiuto un ricordo, un racconto.
Molti anni fa leggendo del gabbiano Jonathan Livingston apprese che a lui piaceva volare, per il bello del volo.
Apprese anche che volare alto era anche profittevole e gustoso.
Più in alto si portava e più spinta aveva nella sua picchiata, maggiore era la profondità che poteva raggiungere. Erano rischiose le picchiate, e molti dei suoi compagni dicevano che era un pazzo e che così si sarebbe ammazzato. Lui però non demorde. Si esercita ogni giorno e così dopo diversi tentativi e fallimenti riesce a controllare le forze ed a scendere con il suo stile.
Vola con grazia e con gioia … in più per effetto del tuffo in picchiata riusciva ad andare più in fondo al mare dove vi erano pesci dal sapore speciale e che non tutti i gabbiani conoscevano.

Così con quel pensiero Raw si senti di nuovo in pace con se stesso, io sono un artista si disse. Sto ricercando e sto lavorando per crescere, e non sempre è facile. Il mio compito è quello di fare sintesi e creare bellezza nella mia vita e questo spesso mi fa vivere il travaglio di rinascere.
Per farlo sempre meglio ho bisogno di ricercare e di imparare l’arte di lavorare con saggezza e arte alla trasformazione delle tante foto grezza dentro di me. Sono solo foto grezze, non brutte. Forse ho sbagliato a portarle, erano solo scatti grezzi. Ad ogni modo sono sicuro che dentro di loro c’è bellezza straordinaria e la devo estrarre io e non il processore di turno.

Pensando a quelli del laboratorio Raw si ricorda che sono suoi amici e si sente ferito perché la loro accoglienza gli ha gelato il cuore. Di nuovo lo soccorre il ricordo lontano e di nuovo pensa  al  gabbiano Jonathan e ricorda di aver letto che quando lui faceva i suoi primi esercizi una volta è piombato sullo stormo pensando di ottenere ovazioni per le sue qualità di volo, però arrivò talmente veloce che a molti ha patto paura quel fulmine pennuto che è sfrecciato in mezzo a loro.

Raw sente che da tanto tempo la sua ricerca lo ha allontanato da loro, e sente come loro hanno sofferto. Il passato non lo può cambiare ma si sente fiducioso che qualcosa di buono da tutto questo saprà creare.

E’ tardi mentre lascia il laboratorio, ha in cuore il dolore ed il dispiacere. Non voleva fare del male a nessuno con i suoi esercizi ma la sua assenza dal gruppo a molti ha dato dispiacere. Non sa ancora se ne è valsa la pena, ma cazzo quella foto gli è venuta proprio bene.  E se ha saputo riprendere una reflex e rimettersi in gioco forse a breve saprà trovare il modo di riparare al loro dolore e fotografare di nuovo tutti insieme portando il contributo della sua ricerca in dono.

Perché il dolore se non serve per creare, non serve a niente. Se entrarvi dentro serve anche solo per una poesia o per una storia breve ne vale la pena. Sarà una poesia ed un racconto speciale, la nostra.

E si sentì bene.

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